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Riforma INPGI: lacrime e sangue? Un baratro! Il grido di otto disperate giornaliste

Professione giornalista fotoAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MATTEO RENZI


AL MINISTRO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI, GIULIANO POLETTI


AL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, PIER CARLO PADOAN
e p.c.


AL PRESIDENTE INPGI, MARINA MACELLONI

 

 


La riforma dell’INPGI è stata presentata come una serie di necessarie misure “lacrime e sangue” per mettere in sicurezza i conti dell’Istituto. E lacrime sono in effetti previste, in quantità variabili, per moltissimi colleghi. Noi siamo invece quelle che ci mettono il sangue e, purtroppo, non è una metafora.

Ci presentiamo. Siamo un gruppo di giornaliste uscite dal lavoro stabile e contrattualizzato dopo i 50 anni d’età, alcune a causa della crisi che ha colpito il settore, altre perché nella necessità di fare scelte personali diverse (accudimento della famiglia o altro); scelte a quel momento del tutto legittime e possibili. Avevamo comunque tutte quante maturato i requisiti che ci avrebbero permesso di accedere alla pensione, col regime in corso fino a fine anno, all’età di 60 anni (ossia: nate entro il 1961, più di venti anni di contributi versati): per alcune, che s’erano avvalse della “clausola 2012” (“alle giornaliste che hanno ottenuto l'autorizzazione alla prosecuzione volontaria entro il 30/06/2012, continuano a valere le regole per la vecchiaia vigenti al 30/06/2012: 60 anni di età ed almeno 20 anni di contribuzione.”), senza detrazioni; per altre, che hanno chiesto e ottenuto la stessa autorizzazione nella finestra riaperta fino a fine 2015, con la detrazione del dieci per cento (salvaguardie previste dalla proposta di riforma parzialmente bocciata dai ministeri). Per tutte noi che, è importante ricordarlo, già da anni ci arrabattiamo con collaborazioni saltuarie, sempre meno frequenti, sempre meno retribuite, si tratterebbe dunque di attendere SETTE anni in più (oltre a quelli che a ciascuna mancano per compiere i 60), senza stipendio, prima di poter accedere alla pensione. E non è possibile farlo. Non è un sacrificio quello che ci viene chiesto: è un salto nel vuoto, un baratro, un incubo senza fine: di fatto, esodate all’ennesima potenza, macelleria sociale allo stato puro, visto che per nessuna di noi, data l’età e la situazione dell’editoria italiana, è ipotizzabile una nuova assunzione.

Vi domandiamo perciò di ripensarci. Siamo costrette a farlo, perché ne va della dignità e della sopravvivenza. E vi chiediamo se sia giusto, tollerabile, etico, che le condizioni per accedere alla pensione vengano stravolte in questo modo anche per chi già si trovava fuori dal lavoro, condannando a un futuro angosciante e incerto noi che già in partenza siamo soggetti deboli. Vi chiediamo se sia equo che chi non ha stipendio debba attendere sette anni come chi, nel frattempo, ce l’ha. Dov’è la giustizia di questa scelta, la solidarietà di categoria. E vi chiediamo infine se davvero l’INPGI si salva dalla tempesta buttando qualche decina di giornaliste giù dal barcone, in un paese dove le donne hanno già patito anche troppe penalizzazioni.

Vi preghiamo pertanto, a tutela di tutte le colleghe che sono in questa situazione, di tornare sulle vostre decisioni, ripristinando per intere le salvaguardie previste nel 2015 (per “le giornaliste che, a seguito della cessazione del rapporto di lavoro, siano state ammesse alla prosecuzione volontaria della contribuzione entro la data di adozione della delibera da parte del Consiglio di Amministrazione, non risultino rioccupate con rapporto di lavoro subordinato dopo l’ammissione al versamento volontario, perfezionino il diritto a pensione entro il 31 dicembre 2021”). Tale soluzione è l’unica veramente accettabile per tutte.


Grazie per l’attenzione e molti auguri di buon lavoro
”.

 

Simonetta Basso, Fiona Diwan, Anna Migotto, Stefania Miretti, Marina Morpurgo, Daniella Romello, Assunta Sarlo e Paola Usai. Otto giornaliste, ancora giovani d’età, non più giovanissime per il mercato del lavoro, un tempo con una condizione lavorativa stabile, oggi vittime dello spettro più inquietante: “l’incerto”. Incertezza, “beffardo scherzo”, unica certezza della categoria dei giornalisti. Diritto al lavoro e alla pensione? Solo Utopia! INPGI e ultima riforma dell’editoria? “Perplessità e sconforto, ormai, non si quantificano più”. Ultima amarissima ciliegina sulla torta? La drammatica situazione dell’Associazione Stampa Romana con 13 dipendenti, fra cui due giornalisti, messi in uno stato di “solidarietà aziendale”. Una cassa integrazione della durata di 24 mesi. Soluzione, purtroppo per gli stessi dipendenti ASR, dai forti mal di pancia, fortunatamente però non da lancinante appendicite. Un sacrificio economico non indifferente, ma per gli stessi “13” mobilità e conseguente licenziamento al momento scongiurati. Un sindacato con 140 anni di storia, un Segretario in carica da meno di due anni,  certamente non responsabile della condizione vigente, frutto di errori e superficialità di anni e anni, ma che non è stato esente da critiche ed indici di mano puntati, casse e bilancio “sofferenti”. Tuttavia, però, si cerca di scongiurare fallimento e chiusura.

Fino a non molto tempo fa, abbiamo solo parlato di una professione sospesa fra il limbo infernale e una possibilità di ripresa. Solo una sensazione si aggira attorno alla nostra informazione e ai suoi operatori, “brivido!”

 

 

 

 

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